Nel cielo di Parigi

“Mi mandano a Parigi. Perché proprio io? Maledetta sfilata”. Sarebbe rimasta piuttosto in redazione, a fissare il vuoto da dietro la macchina da scrivere. “Seppellitemi tra le riviste, archiviatemi in uno schedario. Il mio soldato non è tornato, è caduto in Normandia. E il mondo non ha più senso, l’ha perso nella guerra. Lasciatemi gelare nella pioggia. Lasciate che dorma per sempre in un sogno dentro un sogno”. Salì la scaletta del Douglas DC-4 con New York alle spalle e la morte nel cuore.

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Quella sera al tavolo nell’angolo sedeva un bevitore di Armagnac, osservatore attento e critico severo. Negli specchi del La Bonne Nouvelle passava tutta Parigi: sciami di tristi cappellini a falda – alzava gli occhi al cielo; folle di tailleur bui, dritti e ruvidi – schioccava la lingua e scuoteva la testa; centinaia di paia di tacchi larghi e punte quadrate, grigie anche quelle – buttava giù un sorso e si allargava il colletto con un dito. “Non voglio più cucire linee spezzate. Abbiamo indossato divise per troppo tempo. Non voglio più vestire soldati”. Prese la campanula indaco dal vaso, la poggiò sul tavolo a testa in giù e schizzò i pensieri sul mazzo di tovaglioli. “Voglio vestirle di petali e corolle, di calici e cristalli. Voglio arricciare il taffetà, piegare a cannone, sbuffare i volumi”. L’indomani i suoi pensieri avrebbero sfilato davanti al plotone di giornaliste.

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Al mattino, seduta in prima fila nell’atelier di Avenue Montaigne, tra i fumi del fuso orario e dei bocchini di madreperla, avrebbe voluto essere altrove. O non essere affatto. Ma quando sfilò il primo capo della prima collezione, alla prima giravolta, la gonna spiegò le ali, si sospese nell’aria e le avvolse i fianchi. Il nastro le si strinse in vita, e all’improvviso, la gonna si gonfiò a mongolfiera e la sollevò nel cielo di Parigi.

Sorvolò la Senna e i suoi battelli in festa, fece piroette intorno alle guglie di Notre Dame, e spiò i pittori all’opera dalle finestre di Montmartre. Alla fine si posò sulla punta della Tour Eiffel a guardare l’orizzonte: di lì vide gli anni a venire, un continente senza guerra. Sentì le chitarre del rock and roll, inforcò gli occhiali del cinema in tre-di e si innamorò della Grace di Hitchcock. Scese con i cubani in piazza a ballare per la rivoluzione, e nuotò nello spazio esterno dove i pesi non hanno senso. Saremmo davvero andati sulla luna? Forse non era ancora il momento di archiviarsi. Forse si poteva ancora sognare a occhi aperti.

Quando atterrò sulla sua sedia al 30 di Avenue Montaigne il suo taccuino diceva: “Bazaar, Primavera-Estate 1947 – Dior incanta Parigi: è la rinascita dei sogni”.

Carmen

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